TRISTEvere

Tra i vicoli di Trastevere, una domenica mattina all’alba. Voglio vivere il risveglio del quartiere che per me è tra i più affascinanti non solo di Roma, ma del mondo. Me lo voglio godere.
Sogno di ritrovarmi in un film in bianco e nero. Sogno un ristoratore che si prepara per il pranzo, sogno qualche ubriaco barcollante che non ha trovato la strada di casa. Sogno gli anziani alle finestre con la tazzina del caffè, sogno un uomo a passeggio con il cane, un toscano in bocca ed il giornale sotto braccio, sogno colpi di tosse, sogno cigolii di persiane, sogno imprecazioni in romanesco di chi si deve alzare anche la domenica troppo presto o di chi troppo tardi va a dormire.
Sogno.
Ma ora son desto.
Dopo pochi passi il quartiere mi si mostra per quello che è: un campo di battaglia. Spazzatura ovunque. Spazzatura sprezzante, senza vergogna, tronfia, beffarda, insolente, schifosa!
Trastevere accoglie la “movida” e la movida le regala il peggio di sè.
Nessun panettiere, nessun romanticismo di altri tempi. Nessun bianco e nero. E’ un incubo in technicolor.
Qualche passante frettoloso con il cane, e poi piccioni e gabbiani a profusione, gli unici che godono del momento: banchettano con quello che altri “animali” hanno preparato per loro.
Si cominciano a sentire in lontananza i primi mezzi della nettezza urbana. Ne avranno per un pò. Ne avranno a sufficienza perché qualche turista mattiniero si goda anche lui lo scempio, che porterà con se al ritorno a casa.
Parlano i netturbini, scoraggiati, quasi felici che qualcuno raccolga il loro malessere. Si lamentano che hanno un turno in meno e quindi iniziano più tardi, si lamentano dello scempio che tutte le mattine del fine settimana si trovano davanti. Si lamentano che nessuno abbia rispetto per la loro città, per il loro lavoro. Si lamentano che non ci siano “guardie” in giro a far rispettare l’ordine. Ma non sono le guardie che mancano.
Ben altro manca…manca l’amore che è rispetto. L’amore verso se stessi e verso il prossimo, verso ciò che ci è prossimo.
E’ possibile buttare per terra qualunque cosa senza rimorso, senza sentire un pizzicorio della coscienza, che sia un mozzicone, una carta o una bottiglia di vetro? e’ possibile far male e violentare, forti della propria sicura impunità ? si certo che è possibile… non c’è rispetto verso la vita, come pretendere rispetto verso le “cose”?
Peggio ancora se le cose sono pubbliche.
La Cosa Pubblica. Se una cosa è pubblica ahimè non è più di nessuno.
Fa sorridere, di un sorriso amaro, che tutto ciò accada proprio sotto gli occhi della statua di Trilussa. Ma pochi posti al mondo hanno la capacità tagliente dell’ironia e dello sberleffo come Roma.
Non si poteva immaginare una stele più azzeccata accanto alla figura del poeta:
"Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all'ombra d'un pajar
o vedo un porco e je dico: - Addio, majale! -
vedo un ciuccio e je dico: - Addio, somaro! -
Forse 'ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazzione
de potè di' le cose come stanno
senza paura de finì in priggione."
Niente prigione Trilussa. Sotto i tuoi occhi asini e maiali che non solo non ti capiscono, non ti ascoltano nemmeno. Nessun cappello con il pennacchio ed i pantaloni con la striscia rossa…. nessuno finirà in prigione questa sera…nè domani, nè dopodomani…
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