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Ubi tu Gaia, ibi ego gaius

Militare, scrittore, naturalista di grande cultura e fine intelligenza, Plinio il Vecchio fu soprattutto un uomo dotato di curiosità insaziabile.
Quando tutto doveva ancora essere indagato e capito, sovra-stimolato da una realtà che in qualunque aspetto lo attirava a sé e lo irretiva come il canto di una sirena, la sua voracità di conoscenza lo portò a ritmi di lavoro estenuanti che produssero innumerevoli opere, purtroppo per la maggior parte andate perdute.
L’occhio diventa lente di ingrandimento, ma non ancora microscopio.
Avvicinarsi all’oggetto per approfondire e, dal particolare, comprendere il generale.
Lo sguardo di Plinio osserva accuratamente la superficie delle cose per come si mostra e per quanto visibile.
Dalla grandezza di un albero il campo visivo si restringe sino a cogliere il dettaglio della corteccia, il nodo di un ramo, le venature del tronco. E’ il singolo fiore che lo interessa in un roseto, e quindi i petali, gli stami ed il pistillo che lo compongono. Non le loro parti invisibili.
“Nobis propositum est naturas rerum manifestas indicare, non causas indagare dubias ”
“il nostro proposito è quello di descrivere i fenomeni naturali manifesti, non di indagarne le cause oscure”
E’ con queste parole che - nel libro XI della sua Naturalis Historia - Plinio definiva il proprio approccio alla ricerca e all’indagine, quello che lo avrebbe portato alla stesura della opera.
In questi scatti, il suo sguardo curioso è quello del flash che, per comprendere il dettaglio, lo illumina avido e freddo mentre l’ambiente intorno sparisce.

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